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Testo di Gianmario Bonfadini
Come in molte valli orobiche della Valtellina, la presenza di vene ferrose venne sfruttata dall'alto Medioevo fino al termine dell'Ottocento. Si suppone che l'attivitā estrattiva valtellinese sia in stretta relazione con quella svolta, pare giā in epoca protostorica, dagli abitanti del vicino territorio bergamasco della Val Brembana, che successivamente si estese per diversi motivi al territorio valtellinese.Il toponimo "Forni" indica la localitā, dove si trova il bacino idrico artificiale omonimo dell'alta val d'Arigna, nella quale il minerale - siderite - veniva ricavato attraverso un processo di fusione che doveva avvenire nelle vicinanze dei giacimenti, ma soprattutto nelle vicinanze di legno da trasformare in carbone necessario per il funzionamento dei forni e di acqua per alimentare la tromba a energia eolica che serviva ad ossigenare e a ravvivare il fuoco durante la fusione del minerale. Il materiale veniva di seguito trasportato a valle per il successivo processo di lavorazione in fucina, probabilmente a Boffetto o a Castello dell'Acqua, anche se quest'ultima destinazione appare meno probabile dato l'antico campanilismo con Arigna.Dalla fine del '300 si ha documentazione scritta dell'estrazione del ferro in val d'Arigna. In questo periodo la famiglia Quadrio, proprietaria anche di due castelli all'imbocco della valle, beneficiava del diritto di estrazione in seguito appartenuto anche ai Besta.La cessazione dello sfruttamento delle miniere avvenne a seguito dell'industrializzazione e dell'esaurimento dei boschi, circostanza che aveva tra l'altro causato gravi dissesti del terreno con danneggiamenti anche a carico delle stesse attivitā estrattive.