Menu principale:
Storia, arte e cultura
Testo di Silvia Papetti
Percorrendo la statale in direzione di Tirano, poco prima della stazione ferroviaria di Ponte in Valtellina, si imbocca sulla destra la strada che attraversa la frazione di Casacce e, seguendo le indicazioni per la val d’Arigna, conduce all’altezza del punt de’ Saz che permette di approdare sulla sponda opposta dell’Adda. Prendendo sulla sinistra, la carrozzabile in salita ci porta a Sazzo dove troviamo l’imponente santuario di San Luigi e il piccolo oratorio sulla sinistra. Lungo il percorso, a circa quattrocento metri dall’inizio dell’ascesa, ci si imbatte in una croce che ricorda i morti della terribile epidemia di colera, quel “morbo asiatico” che dalla valle del Gange dilagò in tutta Europa e raggiunse la Valtellina, con il suo carico di morti, nell’estate del 1836.
La chiesa di Sazzo, che ora ci troviamo di fronte, sorge sul luogo di una più piccola costruzione che negli Atti della visita pastorale del 1614 il vescovo Archinti descriveva come “parva, antiqua, obscura”, annotando però come fosse già iniziata l’erezione di un nuovo santuario. Dell’antico edificio, in origine cappella di patronato della famiglia Quadrio che sul dosso poco distante possedeva il castello di cui sopravvivono oggi solo pochi ruderi, probabilmente è giunto sino a noi solo il polittico che decora la cappella in cui è custodito il fonte battesimale. L’opera, ascritta al pittore grosino Cipriano Valorsa e ad Aloisio Valloni e datata 1596 nell’angolo inferiore sinistro, presenta nel registro superiore l’episodio della Crocifissione e in quello sottostante, calata in un umido paesaggio montuoso, la bella scena del Battesimo di Cristo divisa da due finte lesene in marmo poggianti su alti basamenti dai riquadri laterali nei quali sono effigiati, inginocchiati, i Santi Francesco in atto di ricevere le stigmate e Maurizio con il vessillo crociato suo attributo.
I lavori di costruzione del nuovo santuario di Sazzo presero avvio all’inizio del XVII secolo su progetto dell’architetto Gaspare Aprile e procedettero speditamente grazie anche al copioso flusso di donazioni ed elemosine, culminando nel 1664 con la cerimonia di consacrazione della chiesa celebrata da mons. Federico Borromeo, patriarca di Alessandria. L’edificio mantenne in quella occasione l’antica dedicazione a San Michele anche se oggi di tale intitolazione si è ormai persa la memoria per la crescente fortuna che ottenne il culto del Beato Luigi Gonzaga, il giovane gesuita di nobili natali che rinunciò ai propri diritti ereditari per entrare a far parte della Compagnia di Gesù e che nel 1591, durante la violenta epidemia di peste che colpì Roma all’inizio dell’ultimo decennio del XVI secolo, venne contagiato e morì mentre si prodigava per i malati che si affollavano negli ospedali dell’Urbe.
Si deve al vice-curato di Sazzo, Nicolò Longhi, la promozione del culto del Gonzaga tra i propri parrocchiani. Dopo aver letto la biografia edita a pochi anni dalla sua morte, si fece infatti inviare dal collegio dei Gesuiti di Como il ritratto del Beato che ancora oggi campeggia sull’altare dell’ultima cappella a sinistra della chiesa. La devozione a Luigi fu inoltre incoraggiata dall’invio di una sua reliquia che fece il suo ingresso nella nuova chiesa nel 1609 a seguito di una solenne e affollata processione partita dalla parrocchiale di San Maurizio a Ponte.
Secondo quanto riportato negli atti del processo di canonizzazione che portò nel 1726 alla beatificazione di Luigi, in risposta alle preghiere indirizzate dai devoti al gesuita, cominciarono presto a verificarsi una serie di guarigioni miracolose, una di queste è raffigurata sulla parete sinistra della cappella dedicata al santo: una giovane donna ridotta in fin di vita per aver battuto la testa in seguito ad una caduta da una alta rupe poco distante dal santuario, si ristabilì dopo che le fu prontamente passato sulle ferite l’olio miracoloso della lampada che ardeva di fronte al ritratto del Beato Luigi.
Usciti dal Santuario proseguiamo ora il nostro tragitto imboccando l’antica mulattiera che con una serie di tornanti si incunea nella Val d’Arigna, solcata dal torrente Armisa. Giunti al bivio di Albareda lasciamo la strada principale svoltando a destra e raggiungiamo il nucleo di case di questa piccola e tranquilla località la cui chiesa dedicata a San Gregorio è adagiata tra prati ripidi su uno spiazzo panoramico a monte dell’abitato. Il luogo merita una breve sosta per lo scenario che si schiude davanti ai nostri occhi: il nostro sguardo da qui ha la possibilità di spaziare sul versante retico arrivando ad abbracciare a occidente le case di Tresivio, tra le quali spicca l’imponente profilo della Santa Casa, e a oriente il comune di Teglio con la sua torre.
Tornati sui nostri passi, imbocchiamo nuovamente la carrozzabile che abbiamo lasciato per raggiungere Albareda. Poco prima di Fontaniva, sulla destra si dirama una strada che, toccando gli abitati di Berniga, Famlonga e Prestinè, ci porta a Briotti, un tempo maggengo e oggi frequentata località turistica. Qui si incrocia la decouville, vecchia ferrovia a scartamento ridotto realizzata dalla Falck nel corso degli anni ’30 del Novecento come collegamento tra le dighe e la centrale idroelettrica dell’Armisa. Smantellate quasi del tutto le rotaie, la decouville è stata di recente trasformata in una bella pista ciclabile.
La chiesa di San Lorenzo che si leva in questo luogo ha pianta basilicale. Nella facciata a capanna si apre il portale in pietra verde, datato 1732, al di sopra del quale due snelle volute incorniciano la figura della Vergine, mentre ai lati, entro nicchie, sono affrescati il santo titolare, riconoscibile grazie alla graticola, e Santo Stefano sulla destra.
Cominciamo ora la nostra discesa verso il fondovalle, non prima però di aver fatto tappa nella frazione di Fontaniva. Percorriamo a piedi le strette viuzze della frazione che si fanno largo fra le case con i caratteristici ballatoi in legno con le balaustre chiuse che venivano un tempo utilizzati come deposito per il materiale tessile, e raggiungiamo la chiesa dedicata a San Carlo Borromeo e Sant’Ignazio di Loyola che la comunità che abitava questi luoghi, negli anni venti del Seicento, si impegnò a costruire per allontanare da quelle contrade la terribile pestilenza che ne aveva decimato la popolazione. L’edificio, accanto al quale sorge il piccolo oratorio settecentesco dedicato a San Giovanni Battista, ha il prospetto scandito da lesene ed è costituito da una sola navata. All’interno, sulla parete destra, si può osservare una tela raffigurante la Madonna con il Bambino, San Carlo e angeli che, come si apprende dai resoconti delle visite pastorali, costituiva in origine la pala dell’altare maggiore, sostituita successivamente con il ricco altare ligneo a tempietto, dorato e dipinto, che si sviluppa su due registri ornati di statue e animati da colonnine tortili. Sulla parete sinistra, sopra l’ingresso laterale, vi è un’opera raffigurante un Angelo che sorregge la croce adorata dai SS. Antonio Abate e Francesco di Paola, commissionata nel 1747 a Pietro Ligari ma eseguita dal figlio Cesare.
Nella seconda metà dell’Ottocento la chiesa di San Carlo fu ampliata e innalzata al grado di parrocchia in sostituzione della chiesa di San Matteo, situata nell’omonima località poco oltre la frazione di Fontaniva.
Un tempo importante centro della val d’Arigna e sede, come abbiamo visto, della parrocchia prima che questa venisse trasferita, San Matteo era tappa obbligata lungo la trafficata via commerciale che attraverso il passo di Coca collegava la Valtellina alle valli bergamasche e fu abbandonata in seguito ai frequenti movimenti franosi che interessarono la zona. Per raggiungere questo luogo in cui il tempo pare essersi fermato, bisogna superare la frazione di Fontaniva e percorrere la strada che si inoltra nella valle. Appena sotto il livello della strada si possono vedere, accanto alla massiccia casa parrocchiale ormai del tutto abbandonata, i pochi suggestivi resti dell’antica chiesa dedicata a San Matteo di cui si stenta ad immaginare l’originario aspetto poiché rimangono attualmente in piedi i muri perimetrali, che ne lasciano intuire con qualche difficoltà la pianta originaria, parte delle volte e il bel campanile in pietre a vista con cuspide piramidale. Nel tentativo di avere un’idea, seppur sbiadita, di come doveva presentarsi l’edificio, ci viene in soccorso la descrizione della chiesa fatta nel 1737 durante la Visita pastorale compiuta in Valtellina dal vescovo Simonetta: il fonte battesimale si trovava a destra dell’ingresso, sull’unica navata si aprivano due cappelle laterali intitolate rispettivamente a San Giuseppe e alla Madonna del Rosario, dotate entrambe di un’ancona lignea ad incorniciare un dipinto. La zona presbiteriale era separata dal resto della chiesa da una balaustra marmorea e sull’altare maggiore campeggiava un alto tabernacolo ornato di varie sculture. Fino a qualche anno fa si poteva ancora osservare, affrescato sulla volta, in un riquadro polilobato, il Trionfo di San Matteo, perduto in seguito ai crolli.
Un folta vegetazione ha invaso ormai il terreno circostante la chiesa non consentendo di raggiungere i resti del piccolo cimitero che sorgeva alle spalle di essa, spazzato via in parte da una frana durante l’alluvione che colpì la Valtellina nel 1987. Di questo piccolo cimitero si conserva memoria in alcune vecchie cartoline che mostrano una veduta panoramica della località di San Matteo.
Forni e S. Stefano - Le chiese attualmente presenti in prossimità delle dighe dei Forni e di S. Stefano sono state edificate agli inizi del '900 in sostituzione di quelle preesistenti, purtroppo sacrificate alla causa degli impianti idroelettrici. Dell'antica chiesa situata in località Forni - toponimo derivante dall'attività di estrazione del ferro diffusa in val d'Arigna fino al XIX secolo - dedicata a S. Antonio Abate, rimane il portale d'ingresso probabilmente utilizzato nella nuova chiesa, dedicata a S. Stefano.
Articolo presente nel libro " Alpi Orobie Valtellinesi - montagne da conoscere"





